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Pictores

Pictores

Recensione di Antonio Varone, Direttore degli Scavi di Pompei

MARIO GRIMALDI, PICTORES. Mani d’artista, dagli affreschi pompeiani alla pittura contemporanea, con un’intervista a William Kentridge, Collana Ars Antiqua volume I, Valtrend, Napoli 2016, pp. 206 riccamente illustrate a colori.

L’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa è da vari anni impegnato a Pompei in operazioni di scavo, di studio e di edizione dei complessi dell’Insula Occidentale, progetto che si è avvalso grandemente dell’opera di Mario Grimaldi sia sul terreno vero e proprio che in quello della ricerca e della cura editoriale dei risultati. Il giovane allievo di Umberto Pappalardo si è infatti già molto fatto apprezzare per i suoi contributi allo studio della casa di Fabio Rufo, affrontando peraltro i temi relativi alla pittura romano-campana anche a riguardo dei riflessi su di essa esercitati dalla scultura ellenistica o analizzando la fase di secondo stile dei decori della villa Arianna di Stabia. In questo suo nuovo volume, di pregevole fattura editoriale, egli si astrae, per così dire, dagli specifici contesti archeologici, per intavolare un discorso più generale di valore estetico e sociale sulla funzione, il valore e il significato stesso dell’arte, mettendo sistematicamente a confronto quel mondo antico, che ha prodotto gli specifici contesti archeologici cui prima ci si riferiva, con il nostro mondo contemporaneo e con le sue realizzazioni e visioni artistiche, messe a nudo, per l’occasione, con il dialogo serrato a riguardo di tale problematica avuto con William Kentridge, l’artista sudafricano autore tra l’altro dell’installazione “Triumphs and Laments” sul Lungotevere romano tra ponte Sisto e ponte Mazzini, ottenuta per sottrazione, eliminando dal muro d’argine la patina di sporco all’interno degli stencil da lui creati rappresentanti figure e personaggi della storia di Roma, e autore anche delle composizioni musive che ornano la nuova linea Metropolitana di Napoli.


Nel primo dei quattro capitoli che compongono l’opera, intitolato “Mani di Pittori mani di
artisti”, l’autore entra subito nel vivo del problema centrale della sua riflessione, riguardante cosa sia l’arte e chi sia l’artista. Tale discorso, lungi dall’essere di matrice squisitamente teoretica, viene condotto invece non già dal filosofo, ma dall’esperto conoscitore del mondo antico, analizzando cioè i passi che le fonti del mondo sia greco che romano hanno dedicato alla questione e comparandoli sociologicamente con le visioni che il mondo contemporaneo esprime al riguardo.
Da tale analisi scaturisce intanto la differenziazione profonda tra il mondo greco, che conobbe e celebrò artisti, e quello romano, che utilizzò, invece, le officine pittoriche, in una visione che progressivamente portò ad un decadimento del ruolo sociale dell’artista, che, figura un tempo radicata nelle classi superiori (ad es. i Fabii Pictores), finì, nella visione sempre più utilitaristica assunta progressivamente dall’arte nel mondo romano, per essere un semplice “fornitore di servizi”, quasi sempre pertanto di condizione subalterna. Le problematiche relative alla figura dell’artista si trasportano poi al mondo contemporaneo nel dialogo con Kentridge. L’artista sudafricano delinea il rapporto di conoscenza e di comprensione delle cose che si attua attraverso l’opera d’arte, che è un compromesso tra il sentire dell’artista e ciò che l’immagine restituisce nel processo di creazione, che avviene anche mediante la sapiente scelta della materia con cui si sceglie di realizzare l’idea. Il parallelo tra gli artisti del mondo contemporaneo e quelli del mondo antico lascia poi intravedere una similitudine di problematiche da affrontare, anche se per gli antichi il rapporto con la committenza e i fruitori delle opere dové senz’altro essere molto più vincolante di quanto non accada oggi, almeno per quella che è l’esperienza personale dell’artista.
Nel secondo capitolo si affronta invece il delicato rapporto tra originale greco quale modello e la sua rivisitazione nel mondo romano, soprattutto nell’appropriarsi da parte di quest’ultimo di tradizioni storiche o mitologiche proprie del mondo ellenizzato. L’analisi condotta sul mosaico di Alessandro della casa del Fauno a Pompei e sulle altre composizioni in cui viene ricordata la lotta vittoriosa del re Macedone, così come su quelle che si ispirano all’incontro tra Alessandro e Statira o alle altre scene focalizzate sulla figura del Magno meticolosamente interpretate, porta a delineare il percorso che nell’immaginario collettivo giunge alla divinizzazione del condottiero vittorioso, ampiamente poi applicata nella visione contemporanea romana dell’imperator, da Cesare in poi. In tale capitolo Grimaldi si addentra inoltre nello spinoso problema dei motivi-firma atti a individuare un autore e lo fa con l’analisi dei complessi megalografici della villa dei Misteri e di quella di Fannio Sinistore a Boscoreale; o in quello, altrettanto complicato, della derivazione dei soggetti pittorici da originali scultorei o da altri originali pittorici ellenistici, alla ricerca e nell’ottica di un Lokalstil vesuviano. Il giudizio che egli dà sulle varie opere è sempre sicuro e, in grandissima parte, decisamente condivisibile.
Il terzo capitolo offre il destro a Grimaldi per fare innanzitutto una rapida carrellata sugli stili pittorici rapportandoli alle pagine dei vari Plinio e Vitruvio in cui si discute dei soggetti figurati e degli artisti da essi ricordati, per passare poi alle tecniche di esecuzione, lette sempre nel rapporto tra gli esemplari pittorici pervenutici e le pagine degli autori antichi che le ricordano. Certamente, però, la parte più interessante di tale capitolo è quella sinora meno dibattuta, relativa al restauro delle pitture nel mondo antico, esemplificata attraverso esempi tratti dalla villa Arianna di Stabia e dalla casa di Fabio Rufo.
Nell’ultimo capitolo, infine, ci si addentra nelle tematiche relative al ritratto, sia per quanto riguarda le diverse tipologie in cui è possibile inquadrarlo, sia per quel che connota l’origine di esso e soprattutto la sua funzione sociale. Il libro si chiude con l’amara notazione di Plinio che, ben ricordando il nome di Zenodoro, quale facitore del Colosso di 119,5 piedi simulacro di Nerone (N.H. 34.45), non cita invece il nome del pittore che realizzò la tela col ritratto di Nerone alta 120 piedi, poi esposta negli horti Maiani (N.H. 35.51), a riprova dell’anonimato in cui i Romani preferivano lasciare le mani dei pittori.
Il volume di Grimaldi si lascia soprattutto apprezzare per la grande varietà di temi affrontati all’interno del fil rouge prima ricordato, che fa da elemento unitario al discorso, e per la chiara e decisa presa di posizione dell’autore su punti nevralgici dei discorsi e dei monumenti riguardanti la pittura antica. Ovviamente, come è giusto e normale che avvenga, non sempre si può concordare con le opinioni dell’autore. Ad esempio, non mi riesce in alcun modo di credere si possa ritenere il nome AIΘΡΑ che compare nel dipinto raffigurante il ratto del Palladio (Museo di Napoli, inv. n. 109751, dalla casa pompeiana I, 2,6) quale firma d’artista, anzi “l’unica firma di artista a noi nota sinora” (p. 37 e cfr. p. 183). Anche prescindendo dal Lucius pinxit della cosiddetta casa di Loreio Tiburtino (CIL IV 7535) mi sembra invece più opportuno far rilevare che, se si guarda il dipinto citato e si legge l’edizione datane dei testi, in particolare quella canonica offerta da August Mau (CIL IV 3356), ci si accorge che al di sotto di ogni personaggio raffigurato ne è riportato il nome. Il nome Etra compare al di sotto della figura femminile posta accanto ad Elena, Diomede e Odisseo, e anche se scritto materialmente sull’ara, esso è senz’altro quello della regina d’Atene moglie di Egeo e madre di Teseo, divenuta, dopo il rapimento fattone dai principi spartani Castore e Polluce, dama di compagnia della loro sorella Elena e al suo seguito giunta fino a Troia. Solo dopo la presa della città ella venne poi liberata e restituita alla patria. Un personaggio, quindi, che, pur forse metafora della rivalità tra Sparta e Atene, è inserito nel giusto contesto mitico, non una firma d’artista.

Un lavoro assolutamente originale, che si legge tutto d’un fiato come un racconto, e in più arricchito dallo splendore di un apparato iconografico molto ben curato, in una formula che rende tale ricerca al passo coi tempi nuovi nei quali viene rivisitato e recuperato l’antico in una prospettiva più attenta alla funzione che esso deve avere nella società moderna.


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