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Il Battistero di Nocera Superiore

Il Battistero di Nocera Superiore

“La Rivista di Archeologia Cristiana” del Pontificio Istituto – Recensione di Olof Brandt

Questo volume presenta la traduzione italiana dello studio sul battistero paleocristiano di Nocera Superiore pubblicato in tedesco nel lontano 1940 dallo studioso svizzero Michael Stettler e una serie di studi e aggiornamenti intorno allo stesso battistero. Si tratta di una operazione certamente meritevole, perché anche se sono passati quasi 70 anni, lo studio di Stettler, pubblicato come un lngo articolo su questa stessa Rivista di Archeologia Cristiana (M.Stettler, Das Baptisterium zu Nocera Superiore in RACr 17 (1940), pp. 83-142), rimane lo studio fondamentale su questo importante edificio e va aggiornato solo su alcuni punti, su cui si tornerà più avanti.

Il battistero di Nocera Superiore, datato al VI secolo, è tra i più monumentali e meglio conservati battisteri paleocristiani con il suo diametro di 24 metri, con la sua cupola ancora in buona parte integra (la calotta è stata ricostruita dopo un crollo nel 1944) e con il colonnato circolare con 15 coppie di colonne, che viene spesso paragonato a quello di S. Costanza a Roma. Nonostante la sua importanza, però, è stato abbastanza trascurato dagli studiosi negli ultimi decenni, anche perché, a causa dei problemi statici della cupola, è rimasto chiuso al pubblico per molti decenni. Solo dopo il mese di ottobre del 2001, quando il battistero di Nocera fu riaperto al pubblico, il Comune di Nocera Superiore, la Chiesa locale e diversi studiosi si sono impegnati per il restauro e la valorizzazione di esso. La pubblicazione del presente volume si collega appunto a questo momento di rinnovato interesse per l’importante monumento paleocristiano.
Tra i risultati più importanti e più oggettivi dello studio dello Stettler si possono menzionare le conclusioni secondo le quali, contrariamente a quanto pensavano molti studiosi precedenti, il battistero fu costruito come tale e non era un edificio antico (terma, mausoleo o tempio) poi riutilizzato in quella nuova funzione, e che esso va datato al VI secolo in base alla decorazione della vasca e di alcuni capitelli; le due conclusioni sono importanti perché permettono di inquadrare il monumento nel contesto dell’architettura giustinianea. Poche sono le sviste che si possono attribuire allo studioso svizzero; forse la più importante è la sua convinzione che le colonne ai lati dell’abside poggiassero, senza basi, sul pavimento rialzato dell’abside, mentre invece esse poggiano su basi normali sul pavimento del battistero e sono state iglobate dal pavimento rialzato dell’abside, che così si rivela essere un’aggiunta posteriore. Queso si osserva facilmente oggi, dopo gli ultimi restauri, ma probabilmente non si vedeva altrettanto bene negli anni ‘30.
Oltre l’articolo di Stettler, tradotto in italiano da Alessandra Ferraro, il volume contiene un breve profilo biografico di Michael Stettler (1913-2003) di Umberto Pappalardo, un articolo sul restauro del battistero di Alfonso gambardella, una panoramica sull’archeologia e la topografia di Nuceria nel VIsecolo da parte di rosaria Ciardiello, e un capitolo di Teobaldo Fortunato dedicato alle descrizioni di Nocera e del suo battistero da parte di viaggiatori dell’antichità fino al Novecento. Il volume si chiude con una “rassegna iconologica” delle pitture medievali presenti nel battistero, firmata da don Natale Gentile.
Dal profilo biografico di Stettler, redatto da Umberto Pappalardo, si evince che Stettler si laureò nel 1940 al politecnico di Zurigo in Storia dell’Architettura con una tesi sul battistero di Nocera, dalla quale fu ricavato l’articolo in questione. Stettler in seguito non tornò su quell’argomento, ma dedicò la maggior parte del resto della sua vita al Museo di Berna, di cui fu direttore 1948-1960, e poi alla Fondazione Albegg con il suo museo di stoffe preziose e antiche fino alla pensione nel 1977.
Il capitolo di Gambardella contiene un resoconto del suo lavoro di restauro nel battistero a partire dal 1985 e le sue osservazioni sul monumento dal 1960; è un contributo importante per ricostruire la storia dettagliata dell’edificio negli ultimi due secoli, anche se tale ricostruzione è resa più difficile, per i decenni più remoti, dalla discontinuità nella documentazione dovuta al trasferimento delle competenze dalla Soprintendenza di Napoli a quella di Salerno. Gambardella ricorda che fino agli anni Sessanta le pareti del battistero erano intonacate. Egli stesso intervenne in effetti a partire dal 1985, qualche anno dopo un terremoto nel 1980, e trovò che i muri erano stati in buona parte liberati dall’intonaco, che i pilastri interni di sostegno, visti da Stettler (che capì che non erano originali), erano stati eliminati (Gambardela li attribuisce al restauro del 1860), che la cupola presentava tracce di iniezioni di cemento e che buona parte del pavimento era stato rimosso. Gambardella illustra poi i criteri adottati nel lavoro di restauro condotto sotto la sua direzione e successivamente, con la sua consulenza.
Il capitolo di osaria Ciardiello sintetizza i nuovi dati di scavo che ormai sono a disposizione, come gli scavi in corso vicino al battistero nel Parco Archeologico di Nuceria diretti da matilde Lombardo e Teobaldo Fortunato, che stanno portando alla luce resti dell’abitato dall’età tardorepubblicana all’età tardoantica, nel luogo in cui si pensava di trovare il foro della città. Altri scavi nelle immediate viinanze del battistero, conclusi una quindicina di anni fa, hanno rivelato varie fasi di un complesso residenziale, abbandonato alla fine del V secolo e riutilizzato a scopo funerario tra la fine del V e l’inizio del VI secolo. Ancora manca ogni traccia della basilica alla quale il battistero doveva essere legato. I nuovi scavi confermano che al momento della costruzione del battistero nel VI secolo, la città ormai era in gran parte abbandonata. Il battistero fu quindi parte di un tentativo bizantino di riorganizzare la città dopo la breve dominazione longobarda tra la fine del V e l’inizio del VI secolo.
Il capitolo di Teobaldo Fortunato è un contributo importante allo studio del battistero in quanto fornisce per la prima volta una rasegna completa delle descrizioni di viaggiatori e delle rappresentazioni grafiche del battistero dal Medioevo in poi. Fortunato sottolinea che la fortuna di Nuceria negli scrittori antichi ha influenzato ache le descrizioni di scrittori di epoche più recenti. Mentre la prima menzione scritta del battistero risale al 841, Fortunato evidenzia che il battistero appare per la prima volta in un racconto di un viaggio nel 1384-1385 del monaco Teodorico di Niem, che descrive il battistero come una venerabile basilica quasi del tutto priva di culto e parla di una chiesa nei campi dedicata a S. Prisco “che fu un tempo cattedrale”; è incerto se questa affermazione può essere considerata una indicazione utile per l’individuazione della basilica di appartenenza del battistero. Diverse sono poi le menzioni del battistero nei racconti dei viaggiatori nordici nei secoli del Grand Tour, tra cui il diario del danese H.C. Andersen, il famoso scrittore di fiabe, il quale ha anche eseguito un disegno poco noto dell’edificio, definito dallo scrittore “la chiesa più antica d’Italia”. Fortunato conclude la sua esposizione con una visita che forse si può definire l’ultima delle visite degli aristocratici viaggiatori nordici: quella del re archeologo svedese Gustavo VIAdolfo e la regina Louise di Mountbatten nell’ottobre del 1964.
Concludendo si può sperare che la ripresentazione dello studio di Stettler in traduzione italiana possa facilitare e stimolare ulteriori studi sul battistero di Nocera Superiore snche se l’analisi dello studioso svizzero rimane di importanza fondamentale ed è finora l’unico studio dettagliato ed approfondito dedicato all’edificio, a cui si attribuisce, come già ricordato, una datazione al VI secolo, che continua ad essere quella maggiormente accreditata. Mi sia anche permesso però di segnalare che in un breve articolo pubblicato recentemente ho accennato a come si può compiere qualche ulteriore passo nella comprensione dell’edificio rispetto alla posizione di Stettler (Osservazione sul battistero paleocristiano di Nocera Superiore, in Opuscola Romana 31-32 (2006-2007), pp. 189-202). Un primo elemento piuttosto significativo si ricava dalla osservazione della tecnica costruttiva degli archi visibili nei muri perimetrali, con la caratteristica alternanza di mattoni e blocchi di tufo, trova riscontri negli archi delle chiese paleocristiane di Napoli e di S. Maria in Cosmedin a Roma. È abbastanza facile concludere che gli unici archi antichi sono quelli in cui lo spessore dell’arco è costituito dalla lunghezza di un unico mattone o blocco di tufo, mentre gli archi in cui lo spessore è composto da più mattoni devono appartenere a ricostruzioni molto più recenti, forse del Seicento. Si può così stabilire che sono aperture originali sia l’abside (anche se ricostruita in un’epoca successiva) sia due archi probabilmente corrispondenti ad altre due absidi, demolite in epoche ignote. L’ingresso attuale, invece, non risulta essere un’apertura originale: così la forma primitiva dell’edificio dovrebbe essere quella di un edificio circolare con tre absidi di cui una centrale più importante (ingresso?), e due porte laterali piuttosto modeste. Sembra inoltre che si possa individuare, sulla muratura perimetrale, l’esistenza originaria di due file di piccole finestre arcuate. Un’analisi delle stratigrafie murarie, oggi resa più facile grazie allo sviluppo dei metodi di fotoraddrizzamento e di disegno CAD, potrebbe fornire ulteriori precisazioni preziose per la ricostruzione della forma originale di questo importante edificio.
In fine, in un’eventulae seconda edizione sarebbe bene correggere la didascalia della Fig. 34 sulla p. 74; la pianta non è quella del mausoleo di S. Costanza, come indicato dalla didascalia, ma quella del cosiddetto Tempio di Minerva Medica a Roma.

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