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Giallo tufo

Giallo tufo

 Recensione dr. Rosaria Ciardiello

Se l’Autore ha voluto far giungere al lettore, come egli stesso dice nelle ultime pagine, un messaggio forte di interesse e amore per questa terra, ebbene il suo scopo è perfettamente raggiunto.
Questa premessa non vuole essere riduttiva di ciò che nel romanzo si può trovare e imparare. L’Autore non ci dà una lezione di vita, non insiste con pedanteria in inutili moralismi ma si limita con acume e intelligenza a mostrarci come con una ruspa in un attimo si possa sollevare un intero pavimento di mosaico e conservare per ricordo solo qualche tessera colorata e indicarci al tempo stesso quanto sarebbe bello e utile ricostruire una società responsabile e fattiva capace di trarre lavoro, benessere, competenza e sviluppo solo rivalutando il patrimonio inestimabile che possediamo… a patto che cupidigia, egoismo, interesse personale non prevalgano sul buonsenso e sulla lungimiranza.
E’ questa l’utopica società pitagorica in cui l’Autore con garbo e competenza ci cala a poco a poco attraverso una intrigante storia alla quale alla fine potremmo anche credere e affezionarci, tanto da chiedere “ma come è morto Alfonso?”.

Scorrendo le pagine ci affezioniamo a tutti i personaggi, anche al tassista napoletano cui è affidato il compito di rivelare la filosofia di vita della gente semplice che si adatta ad ogni situazione passando da uno stato emotivo all’altro: dall’imprecazione contro il disordine, il traffico, l’indisciplina, alla lode sperticata dei monumenti, del mare e del sole.
Che dire poi dell’avvocato Mosè, grasso e sudato, che dirige un accorsato studio e al tempo stesso ama la buona tavola, il mare con i suoi piedi coperti da calzini e infilati in assurdi sandali di canna.
Assieme a questi sono tanti i personaggi della storia che non possiamo dimenticare, che entrano a far parte di una variegata famiglia alla quale in fondo ci sentiamo tutti di appartenere.
L’attonito Henry, metà inglese e metà puteolano, è parte integrante di un’ambivalenza presente dalla prima all’ultima pagina; partecipa prima da spettatore e poi da coinvolto protagonista alla risoluzione del giallo.
Lo scrittore afferma che gente motivata e preparata non manca e dà voce, magari tra un bicchiere di “per’e palummo” e un “quattroagrumi”, a questa parte di società partenopea attraverso l’archeologo Tobia, l’Associazione ARCAV, il professore Alfonso.
Fin dalle prime pagine la lettura scorre agevole con riferimenti dotti ed elaborati e dialoghi familiari in cui entra con grande maestria perfino il dialetto.
Il segreto di una così vasta accessibilità è senz’altro da riconoscere nella perfetta aderenza di ogni linguaggio alla singola situazione e al diverso personaggio. Come potrebbe esprimere il tassista napoletano, se non in dialetto, la sua malcelata impazienza o il suo amore per la città? Come potrebbe scrivere il dotto Alfonso se non con la precisione e l’elaborazione perfetta e accurata di uno studioso?
Il dualismo che viene via via fuori dai protagonisti del romanzo, dal paesaggio, dalla città, dai luoghi visitati, emerge anche nella copertina, nei colori del giallo del tufo e nell’azzurro del mare, come il dubbio e l’attesa che si creano nel lettore.
Alla fine il libro mi ha portato a rafforzare una idea, dandomi la piena consapevolezza che se vogliamo ottenere che non sia il solo bene individuale a prevalere, dobbiamo dare la nostra disponibilità, senza delegare ad altri, perché ciascuno di noi è importante per gli altri come gli altri lo sono per noi. E’ come giocare a Tetris, occupare uno spazio che fa parte di un tutto, saper guardare per trovare il grande nel piccolo e il piccolo nel grande. E’ questo il segreto. Ognuno da solo è un’unità, ma diviene importante se inserito nel giusto contesto: è come dire che ciascuno di noi è indispensabile per il buon andamento della società ma che ha bisogno della società per essere importante.
Una estesa parte del romanzo è dedicata alla filosofia pitagorica che rappresenta nella narrazione un filo unitario tra passato e presente ed è per questo che l’Autore ne rinnova garbatamente il pensiero.
“…Scoprire che la città antica era stata fondata a partire da un’utopia… provare a tutti che in passato un gruppo di persone siano riuscite, su questo stesso banco tufaceo che oggi calpestiamo, a realizzare un sogno di giustizia e libertà… sapere che Noi Flegrei discendiamo da quella scelta… e che il ricordo, e non solo il ricordo, di questo nobile tentativo è arrivato fino noi e che risiede ancora, anche se a nostra insaputa, nel nostro DNA culturale, sarebbe molto, molto importante e alimenterebbe le nostre speranze di un futuro diverso, migliore…”.
Leggendo queste parole comprendiamo che la filosofia appresa a scuola, che ci appariva teorica e lontana, diviene attuale, verificabile e universalmente realizzabile. I principi dei grandi antichi, attraverso la riscoperta dei luoghi e delle testimonianze, divengono improvvisamente attuali, forse sognati e sperati anche da una parte della società attuale. Potremmo anche noi riscoprirci Pitagorici ma se non vogliamo che la nostra filosofia di vita sia confinata al mondo dell’utopia dobbiamo farci parte attiva, senza arrenderci al mondo corrotto e opportunista. Dobbiamo pensare alle nuove generazioni, a quegli studenti che studiano Pitagora al Liceo e all’effetto che potrebbe avere su di loro la lettura del romanzo e una successiva visita ai siti di Pozzuoli, del Rione Terra e all’impatto che tali conoscenze potrebbero avere su di loro. Il monito forte che viene dal libro è: “Non dobbiamo permettere che distruggano quello che abbiamo”. Ma la lettura del romanzo non vuole essere solo un richiamo alla morale nè la solita storia contro una classe politica a dir poco inefficiente; essa è anche divertissement, creatività, iniziativa, lavoro di gruppo, ricerca di stimoli che non lasciano spazio alla noia e alla stanchezza. Chi ha trovato nel fare una ricerca “l’idea nuova” sa che l’emozione è tale da far dimenticare ogni altra cosa. Non si sente la stanchezza, non si considera il tempo impiegato nè l’irrisoria ricompensa. E’ solo per queste gioie, magari rare, che tanti giovani intraprendono la via della ricerca nei campi più diversi dalla medicina alla fisica, dall’archeologia alla geologia, dalla meccanica alla merceologia. Il nostro Autore con il suo lavoro dà speranza a questa categoria di Pitagorici e dice loro di andare sempre avanti nella certezza che con l’aiuto e il coinvolgimento di tanti le cose per la nostra terra cambieranno. In questa straordinaria capacità di adattamento risiede la forza e la debolezza di questo territorio e di questo popolo al quale l’Autore spera di aprire uno spiraglio di rinascita per il futuro a patto che un po’ di buona volontà da parte di tutti sia messa in atto. Ed è per questo che il romanzo di F. Escalona ha scatenato in me una ridda di idee, una voglia di “fare” e dalla stessa sono stati “contagiati” in tanti, a partire dai nostri editori, Mara Iovene e Mario Marotta, che insieme alla presentazione del libro hanno dato vita ad una serie di passeggiate nei luoghi citati nel libro, per rendere “visitabile” il libro e per far fare al lettore un viaggio tra le “pagine da percorrere”. Le visite saranno, come dice l’Autore, uno “Slow tour”, un viaggiare lento tra mito, storia, natura ed enogastronomia per assaporare nel migliore dei modi la grande quantità e varietà dei valori presenti in questo territorio: a cominciare da Miseno (29 Maggio) dove la storia di Alfonso ha inizio e laddove nascono le ipotesi che condurranno alla straordinaria scoperta; passando per la Piscina Mirabilis (30 Maggio) e per Cuma con l’Antro della Sibilla e il bosco incantato con le “ancelle di Diana” al tramonto (1 giugno), per concludersi al Rione Terra dove tutto ebbe inizio… (2 Giugno).

Recensione del “Punto di partenza”

Il primo romanzo di Francesco Escalona Giallo Tufo non ha niente da invidiare agli scritti dei migliori romanzieri storici della scena internazionale da Manfredi ad Harris. Anzi probabilmente conserva in sé una scintilla diversa. Questa scintilla deriva dal rapporto simbiotico che prova l’autore verso i luoghi Flegrei. Un legame particolare che spesso, nel corso della storia, diverse personalità hanno sentito sulla pelle. Così come avviene per il protagonista del romanzo Henry Race ( il nome è un omaggio allo storico flegreo Gianni Race ) che, quasi come l’eroe di un poema epico rinascimentale, completa la propria quete allontanandosi ragazzino da queste terre e tornandoci per ritrovare nei propri ricordi se stesso. Un viaggio affascinante e misterioso, accompagnato da personaggi che ben rispecchiano la realtà della provincia napoletana. E questo è un grande merito di Francesco Escalona: riuscire a creare un parallelismo lungo millenni, senza cadere in retorica o banalità. La capacità di chi ha sempre sentito il bisogno di diffondere l’enorme bagaglio culturale, paesaggistico e artistico che i Campi Flegrei hanno, sta proprio in una profonda empatia e critica. Una critica che porta a vivere questi luoghi dall’interno, una critica che porta ad evidenziarne le dicotomie più evidenti, una critica che porta a diffondere un concetto millenario: Dicearchia, un’utopia di giustizia e libertà. Forse proprio in questa riflessione può essere notata una differenza rispetto a romanzi come Pompei o L’ultima legione. Escalona parte dalla Terra Flegrea e la storia che ne deriva non è altro che la sua proiezione. Un viaggio che il lettore compie insieme a Herry, Margherita e l’avvocato Mosè. Un viaggio che grazie all’impegno dell’autore e dell’editore è possibile compiere anche oggi. Dal vivo.
Ecco, finalmente, delle “ pagine da percorrere”.

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